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Acqua: verso la privatizzazione?
data 30-04-2011
» Acqua: verso la privatizzazione?

Tra i quesiti referendari ai quali il prossimo 12 e 13 giugno saremo chiamati a rispondere c’è anche quello che dovrà decidere se in Italia l’acqua sarà ancora gestita come bene comune o verrà affidata alle leggi del mercato. Un quesito fondamentale, soprattutto se si considera che da circa 15 anni il Contratto Mondiale dell’Acqua si batte affinché in tutto il mondo l’acqua continui ad essere un bene comune, di tutti. Sulla scia di questa iniziativa nel tempo sono nati in tutto il territorio nazionale una serie di comitati locali con lo scopo di creare una rete di solidarietà che ha portato addirittura alla nascita di un vero e proprio “popolo dell’acqua”, adesso chiamato a farsi sentire. 

Ma da dove parte questa mobilitazione e quali sono i motivi che sostengono questa causa?
Nel 2010 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione proposta dal governo boliviano con la quale si riconosceva il diritto all’acqua e, di conseguenza, la necessità che i singoli Stati e la comunità internazionale a farsi carico di garantire il diritto all’acqua per tutti. Un riconoscimento confermato da una successiva risoluzione del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite e dalla capillare diffusione di una serie di comitati locali che  come unico obiettivo hanno sempre avuto quello di affidare la gestione dell’acqua alle comunità locali.
Un’azione, questa, che ha interessato anche l’Italia e che ha portato nel 2006 alla costituzione di un Forum dei Movimenti per l’acqua che ha unito al suo interno tutti i movimenti locali e dato avvio alle iniziative legislative e referendarie che, tra qualche mese, chiameranno gli italiani alle urne. 
 
Ma su cosa chiaramente saremo chiamati ad esprimerci?
Bisogna precisare che i referendum del prossimo giugno daranno solo la possibilità di abrogare una norma o di parti di essa, ma non rivestono una funzione propositiva. Ne consegue che i referendum proposti hanno lo scopo di eliminare alcuni vincoli voluti dal legislatore che stabiliscono la cessione ai privati della gestione dell’acqua. In questo modo si potrebbero creare i presupposti per la definizione di un nuovo quadro legislativo che preveda la definizione di una gestione pubblica dei servizi idrici, affidati alla gestione degli enti locali. Uno scopo perseguito attraverso la proposizione di due quesiti referendari.
Il primo chiede l’abrogazione dell’art.23 bis L.133/08 e successive modifiche(decreto Ronchi), con la quale si impedirebbe la totale e definitiva privatizzazione dell’acqua potabile, eliminando l’obbligo di affidare la gestione del servizio idrico solo attraverso una gara d’appalto o la cessione ai privati di almeno il 40% del pacchetto azionario detenuto attualmente dalle società pubbliche controllate dagli enti locali. Il secondo, invece chiede l’abrogazione parziale dell’art.154 del D.lg 152/06(Decreto Ambientale), che si propone di eliminare dalla tariffa la quota relativa alla remunerazione del capitale investito che assicura al gestore profitti assicurati senza vincoli di reinvestimento. 

I motivi del no e le norme europee
 
Tra i motivi che i sostenitori del “no” portano avanti c’è quello secondo il quale la privatizzazione dell’acqua sarebbe necessaria per mettere l’Italia al passo con le normative comunitarie. In realtà le cose non stanno proprio così, visto che la normativa comunitaria non impone alcuna scelta predefinita di gestione del servizio idrico, lasciando invece ad ogni Stato membro e alle sue articolazioni la libertà di decidere se affidarsi ad una gestione diretta o se mettere il servizio sul mercato. Guardando alla situazione negli altri paesi europei si scopre inoltre che l’Italia è uno dei pochi paesi che ha deciso di mettere il servizio idrico sul mercato, classificandolo come un servizio di rilevanza economica. Il Parlamento, su proposta del Governo, ha poi introdotto l’obbligo gi affidamento tramite gara, inaugurando così la liberalizzazione. L’Italia si figura, quindi, come un caso “anomalo” in quanto il nostro paese, pur avendo compiuto una scelta legittima, non è nelle condizioni di poterla giustificare interamente con il recepimento delle normative UE. L’obiettivo della legislazione italiana è quindi quello di rendere del tutto marginale il ricorso all’affidamento diretto per la gestione dei servizi idrici locali, affidandosi solo a procedure competitive ma utilizzando condizioni molto più restrittive di “selezione” rispetto a quelle stabilite dal diritto comunitario. Una rigidità della legislazione italiana che si riscontra anche nei procedimenti di affidamento della gestione a società miste, visto che l’UE consente l’affidamento diretto a società miste, tramite gara ad evidenza pubblica per scegliere il socio privato e a condizione che tale socio sia un socio “industriale”e non meramente “finanziario”, mentre la disciplina italiana si discosta imponendo un’ulteriore condizione, ovvero la partecipazione privata per una quota non inferiore al 40%.  Inoltre anche per quanto concerne il cosiddetto affidamento in deroga, ovvero la gestione in house di società municipalizzate con capitale totalmente pubblico, la normativa italiana e quella europea divergono, visto che ai limiti posti del diritto UE il decreto Ronchi ne impone altri “discrezionali” non previsti dall’Europa. 
 
A queste incongruenze si aggiunge poi il fatto che in molte altre legislazioni nazionali europee le cose vanno in maniera diversa, visto che ci sono stati paesi come la Francia che, dopo anni di privatizzazione dei servizi idrici hanno preferito ritornare sui propri passi, mentre in altri, come la Germania e l’Inghilterra si è deciso di adottare un sistema “misto”, ovvero che preveda la delega dei servizi sia a strutture pubbliche sia a privati. In linea di massima comunque l’Italia è uno dei pochi paesi d’Europa che ha deciso di imboccare la strada della totale privatizzazione, un dato ulteriore che fa riflettere.

Ufficio Stampa
per Chimicionline

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